Amazzonia colombiana

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Scendendo dall’aereo si sente subito il caldo accompagnato da un forte tasso d’umidità. Leticia è una cittadina che supera di poco i trentamila abitanti facente parte del dipartimento di Amazonas ed è al centro di un area denominata Las Tres Fronteras punto d’incontro tra Colombia, Brasile e Perù. Esiste infatti un punto sul Rio delle Amazzoni che è la convergenza delle tre frontiere. E’ meraviglioso scoprire come una delle nostre guide nelle escursioni quotidiane sia colombiano con madre peruviana e padre brasiliano: si incomincia a capire che qui i confini terrestri si dilatano e presto ci si accorge come l’Amazzonia non appartenga ad una nazione, ma solo a se stessa. La via di comunicazione principale è il rio delle Amazzoni, enorme, imponente. Lungo il fiume qualche palafitta in legno  accompagnate da latrine a cielo aperto che  lo utilizzano come cloaca. Per assurdo a valle della corrente, alcuni bimbi vengono lavati con la stessa acqua. Poco più in la, lunghi nidi a forma di goccia addobbano un albero solitario. Presto si viene rapiti dalla natura che divampa incontrastata. Tutti i sensi si risvegliano ed allora le retine vengono impresse dai colori di un doppio arcobaleno che nasce e muore nel verde carico della selva e le penne delle are sembrano esserne state toccate. Il cielo, che durante il giorno gioca con colonne di pioggia alternate a sole pieno, lascia l’azzurro per creare rossi violenti in tramonti mai visti prima. Farfalle arancioni attraversano il fiume trasversalmente alla nostra lancia nel periodo dell’accoppiamento. Ed ancora, il rosa dei delfini, unici al mondo, e… si confondono i sensi.

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Le escursioni si susseguono arricchendoci d’esperienze, passando dal contatto con animali esotici come scimmie, capibara, serpenti, a racconti inquietanti come la scomparsa di un bimbo peruviano ed il ritrovamento delle sole due scarpe, all’interno di un’anaconda sventrata dai ritardatari soccorritori, o di un pesce che sentendo il sangue di una ferita penetra nelle carni inarrestabile, fino alla morte del malcapitato. Si viene guidati in questo mondo parallelo e presto si giunge a contatto con la popolazione locale, i Ticuna che, forse un po’ forzati dal turismo, mantengono le tradizioni locali. Danzano a schiere contrapposte di uomini e donne e cucinano per te dei pesci orrendi dalla pelle nera che, una volta penetrati con le dita, rilevano una polpa bianca e squisita accompagnati da yuca. Poco più in la, nell’norme capanna, uno dei contrasti colombiani, a fianco ad  alcuni ticuna che tengono una palla verde di trito di foglie di coca a gonfiare una guancia, due poliziotti in servizio si godono balli e libagioni. Agli occhi europei attrae anche questo. Gli indigeni continuano a stupire, con un’evidente povertà non assillano il turista che può maggiormente apprezzare il loro artigianato oltre che il loro candido carattere. Si apprezzano allora oggetti intagliati nel legno palo sangre, che come è intuibile è di un rosso carico, a cerbottane, collane di semi … ma dalla popolazione si impara ad amare l’Amazzonia, vedi nei loro occhi il loro amore, vedi la mancanza d’egoismo nel farti partecipe. Ed allora, quasi intontiti, si ritorna nella capitale colombiana, solo col corpo non ancora con la mente.

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Testo e foto di Massimo Beccegato

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