Mi accompagni a far compere?

Mi accompagni a far compere

Racconto tragicomico basato su un fondo di verità. Dovrebbe appartenere ad una serie di racconti più o meno ironici che andrebbero a formare un libretto dal titolo provvisorio, “La vita è strana”. Non riesco a concluderlo visto i troppi impegni ed allora vi propongo un racconto. Buona lettura!

“Mi accompagni a far compere?” Una frase apparentemente innocua, ma che cela qualcosa di tragico.
Ogni tanto, per non dirle sempre no, ti auto-convinci ad accompagnarla sperando che questa volta possa andare meglio. Carico di questa speranza provi a portarla e spavaldo della tua nuova sicurezza riesci pure a essere sciolto e loquace. Tutto bene durante l’avvicinamento al bersaglio e vedendo la fotocellula che fa aprire le porte ai tuoi lati senti che questa volta puoi farcela. Entri ed inizi, inizia lei veramente, tu segui. Curve casuali, ma a te non comprensibili, come un’ape in un arnia che indica alle altre con precisi balletti dove prelevare il nettare. Ed ecco il nettare là in fondo, misteriosamente nascosto ai tuoi occhi. Tocca una manica, la alza leggermente, soppesa e valuta il colore. Poi estrae il tutto e ti chiede: “Com’è? E’ bello? Dici di provarlo?”. Ormai sai la risposta, che deve essere: “Sì bello, provalo!”. Non puoi, ripeto non puoi avere dubbi sul capo, devi dirle che va bene anche se fa cagare perché altrimenti parti già male: ti fa il questionario del perché non va e tu non sei pronto, di sicuro non sei pronto. Lei vuole motivazioni precise, abbinamento colori possibili, cuciture, taglio, materiale. E tu l’unica cosa che potresti dire è che lo volevi un po’ più corto ad altezza culo e un po’ più basso ad altezza tette! No! Assolutamente sbagliato! Non puoi rispondere così perché rischi pure la frase: “Voi uomini siete tutti uguali”. Benedettttidddddio è vero che siamo uguali, ma grazie a Dio. Va beh, comunque le tue labbra hanno detto: “Sì bello, provalo!” e quindi per un po’ sei a posto. Ora deve provarlo e una volta snidato un camerino ti metti in fila per occuparlo. Durante la fila ti addobba come l’albero di Natale: giubbotto sul braccio sinistro sovrapposto al tuo, borsa e guanti al braccio destro, sciarpa giustamente al collo e cappello in testa, due palle e il puntale li hai già di tuo. Avanzi un centimetro alla volta come in trincea, devi guadagnartelo quel fottuto cubo di legno con tendina. Mentre lei analizza il vestito tu analizzi il motivo delle piastrelle. Potresti fare il piastrellista. E sudi tanto vestito da albero, sudi. Lei no, incomincia a godere. E finalmente arriva il momento che entra, e quando entra si perde. Sì, in un metro quadro con un vestito solo da provare, scompare per almeno mezz’ora. Nessuno può sapere cosa succede, neanche se ogni tanto metti dentro la testa nella speranza di vedere una tetta o un pezzo di perizoma. Il tempo là dentro si congela, come nel bagno delle donne. Solo rinascendo donna potrai capirlo, ma avendo il puntale sei privo di tale nozione. Non ti resta che aspettare. Allora cerchi una sedia, una poltrona, un pouf, un inginocchiatoio. Niente, cazzo. Ma progettate un negozio con una panchina per uomini no? No! E allora porti a spasso l’albero. Vaghi senza meta, tanto per riempire il tempo, scruti l’ignoto. A vederti in faccia fai tenerezza, come un cane abbandonato, la lingua fuori a cercare un biscottino. Sì, là in fondo c’è una specie di poltrona a forma di cassa da morto in finta pelle e mentre acceleri per conquistarla vedi che è già parzialmente occupata da esseri simili a te. No, non uomini, ma alberi di Natale. Gli sorridi timido e ti siedi in mezzo a loro a formare il piccolo bosco, mancano solo i puffi mentre i funghi presto ti nasceranno addosso nella lunga attesa. A volte se riesci a toglierti la sciarpa che ti sta strangolando riesci pure a comunicare con l’altra vittima.
“Sua moglie quanti ne ha già provati?”.
“Sette. E la sua?”.
“E’ il primo …”.
“Condoglianze”.
“Grazie”.
“Scusi visto che è riuscito a sbrogliarsi riuscirebbe a infilare la mano nel mio taschino sinistro ed estrarre i fazzoletti di carta?”.
“Sì, subito”.
E senza che aggiunga altro, intenerito gli soffi il naso colante riportandolo ad una respirazione quasi normale.
Qualche sorriso ancora e ritorni nel fitto della boscaglia. Almeno cerchi, perché vedi che sta per tornare, ti ha già nel mirino e vedi subito dalla faccia schifata che non le è piaciuto. Il vestito di Grace Kelly ora non è altro che straccio da cucina. E ora sono cazzi, inizia a girovagare come una tigre in gabbia, mentre tu vorresti scappare, ma anche volendo con tutto l’addobbo non potresti, ti morsicherebbe al polpaccio scoperto e ti riporterebbe indietro. Allora attendi in successione: il secondo, carino ma non abbinabile, il terzo, bellissimo ma un po’ largo, il quarto, non ha valutato bene, il quinto, ottimo ma la cerniera si incastra … Intanto le due bocce/palle si ingrossano per fare pan-dan con l’aumento degli strati di copertura che ti mette con gli abiti che tiene di riserva: come l’ammasso di sudamericani che ha in panchina l’Inter. Incominci a chiederti perché l’hai fatto, perché le hai detto di sì, perché? Perché?! Gli occhi quasi ti si bagnano di lacrime o lagrime per farlo più poetico. Poi ti viene un’idea insana, tra le mani hai il sesto cappellino che si è provata, potresti buttare tutto il resto e correre verso l’uscita sperando che suoni l’allarme e alla domanda: “Scusi si fermi!”, dichiarare subito: “Sono stato io, arrestatemi!” a petto in fuori mostrando con la mano alzata la refurtiva. Allora prendi il coraggio a due mani, non te ne frega più niente, neanche di sporcarti la fedina penale e cominci, in un crescendo, a correre verso il traguardo. Arrivi al rilevatore, passi e cazzo non suona, torni, ripassi e niente. No, il problema è che se non ti arrestano dalle vetrate chilometriche tua moglie ti stana e tutto ricomincia! No! Rientri come una furia, prendi una manciata di abiti a caso e ripassi e finalmente suona. Come il gong di fine incontro. E’ finita, hai perso, ma è finita. Invece della polizia arriva una commessa che, parzialmente comprensiva, ti accompagna verso una sorta di recinto, lo apre e ti chiude dentro. Al suo interno ci sono altri mariti che hanno tentato la stessa via di fuga. Ti siedi e giochi con loro, tutti assieme. “Amore? Amore! Che fai dai svegliati! Dai che non ho ancora finito!”. “Mmm che succede?”. Ti sei addormentato sulla cassa da morto con una striscia di bava alla bocca e stavi sognando. L’incubo rincomincia!

Testo,  foto e racconto di Massimo Beccegato

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